lunedì, 29 dicembre 2008
che dire poi ..
lo so che non si comincia una frase con "poi" ma c'è sempre dell'altro prima, molto altro, fateci mente locale oppure fidatevi...
io credo che madre/padre del linguaggio non siano la mente con le sue idee  e neppure la misteriosa tensione che i più chiamano volontà ma il silenzio
che sia silenzio il padre/madre  della parola ? quel tipo di silenzio che è della bocca come degli occhi, e che oscura, copre, raccoglie, protegge, compatta  tanto non detto, mari e monti di non detto...
di non detto ancora oppure di non più o mai dire...
senza un segreto non c'è linguaggio...  

allora ricomincio
che dire poi della solitudine che ti vive - ti muore? - dentro in giorni come questi:  le - fe - ste

nella festa tu vorresti prender su un tot di favola per guarnire, come hai sempre fatto, la tua esperienza, ...voilà, così 
così come stai infilando palle di vetro e nastri colorati tra gli aghi di un ramo del pino, un ramo alla volta, c'est très facile ...
o come quando, più tardi, spererai - l'hai sempre fatto - che le campane di mezzanotte rintocchino fiocchi di neve candida
e  invece
accade invece - non era mai accaduto! - che l'esperienza si vada a infilare dentro la favola, sul più bello, danneggiando, inquinando
quel poco di favola che ti restava...ne restava così poco della  fa - vo - la

sarò diventata cinica? ma no, stoica al massimo -  e che ridere di me stoica..-.
semmai "romanticamente", "nostalgicamente" - ipocritamente?! - stoica

meglio dire "pentita"... si, pentita mi sembra la parola giusta
come una persona che adesso lo sa, ha ben inteso che nessuno appartiene mai a nessun altro  -  "ma siamo sicuri?" - 
e sa che la vita è un flusso di acqua più o meno lungo, più o meno profondo, non equamente distribuito, che se ne va a zonzo dove gli garba e per il tempo che può...
soprattutto, che non tollera aggettivi qualificativi, altrimenti si ribella e si divide in mille rivoli che non li vedi più -  "però la vita è  bella!" - 
"pentita" come qualcuno che abbia smesso  di fumare ma però ogni tanto ti si  avvicini per chiedere con lo sguardo acceso dentro un bisbiglio : "mi fai fare una tirata una sola ?" - 

che roba è questo buco nello stomaco che è peggio di tre giri di vite dentro la parete di un muro di cartongesso?
Suvvia, viaa.......viaaaaaaaaaaa
se ne va mica.
Feste!
  
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lunedì, 22 dicembre 2008
con una poesia di Wislawa Szymborska, Urodzony (Nato),
auguro giorni buoni a chi passa di qui

Nato
 
Dunque è sua madre.
Questa piccola donna.
Artefice dagli occhi grigi.

La barca su cui, anni fa,
lui approdò alla riva.

E' da lei che si è tirato fuori
nel mondo,
nella non-eternità.

Genitrice dell'uomo
con cui salto attraverso il fuoco.

E' dunque lei, l'unica
che non scelse
pronto, compiuto.

Da sola lo tirò
dentro la pelle a me nota,
lo attaccò alle ossa
a me nascoste.

Da sola gli cercò
gli occhi grigi
con cui mi ha guardato.

Dunque è lei la sua Alfa.
Perché mai me l'ha mostrata?

Nato.
Così è nato, anche lui.
Nato come tutti.
Come me, che morirò.

Figlio di una donna reale.
Uno giunto dalle profondità del corpo.
In viaggio verso l'Omega.

Esposto
alla propria assenza
da ogni dove
in ogni estante.

E la sua testa
è una testa contro un muro
cedevole per ora.

E le sue mosse
sono tentativi di eludere
il verdetto universale.

Ho capito
che è già a metà cammino.

Ma questo a me non l'ha detto,
no.

"Questa è mia madre"
mi ha detto soltanto


W.S. è la deliziosa signora raffigurata qui accanto... a sinistra...
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lunedì, 15 dicembre 2008

con due giorni di ritardo sul calendario ordinario del tempo ordinato  
ma poi che c'entra l'ordinario ordinato elenco numerato
fermo stabile definito sensato
con il tempo che è mobile instabile insensato innocente divenire  ...

ecco una Santa Lucia di suoni e di immagini buoni per ogni giorno di ogni tempo 
per la nostra storia di paura e di coraggio
paura di bruciare vivi nel coraggio

coraggio di affondare nella paura 
 
  

(e chissà se all'amico che ama inventare improbabili coppie piacerà questa cordata de gregori/chaplin ....se osserverà ma certo che lo farà il basco che ha su  francesco...)         

 

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venerdì, 12 dicembre 2008
Gadamer scrisse (più o meno...)  che la cultura è l'unica cosa che più si distribuisce  e meno si consuma. Sono d'accordo, nonostante la parola cultura abbia sempre bisogno di una premessa semantica indispensabile; trattandosi di un pensiero gadameriano non è il caso, d'altra parte, di sottilizzare.
Questo per dire che una persona che mi è cara mi invia come dono questo passaggio proustiano, che non conosco o non ricordo di aver conosciuto ma che riconosco e in cui subito mi riconosco; e per dire che questo genere di doni si riciclano volentieri, forse si debbono ri-donare, proprio per le ragioni intuite da Gadamer.
Dono a chi passa  

 Il mare


«Il mare affascinerà sempre coloro per i quali il disgusto della vita e l’incanto del mistero hanno preceduto i primi dolori, per una sorta di presentimento dell’insufficienza della realtà a soddisfare le loro aspirazioni. Quelli che hanno bisogno di riposo ancor prima di aver conosciuto la stanchezza, il mare li consolerà, li esalterà vagamente.
Il mare non porta, come la terra, le tracce delle fatiche dell’uomo e della sua vita. Nulla vi sosta, nulla vi passa se non fuggevolmente, e quando le barche lo solcano, come svanisce in fretta la loro scia! Di qui la grande purezza del mare, che le cose terrestri non hanno. E quest’acqua Vergine è ben più delicata della terra indurita che soltanto con la zappa si riesce a scalfire. Il passo di un bimbo vi apre un solco profondo con un rumore argentino, e ne spezza per un attimo le sfumature ininterrotte; poi ogni traccia è cancellata, e il mare ridiventa calmo come ai primi giorni del mondo.
Colui che è stanco dei sentieri della terra o che intuisce, prima di averli tentati, quanto siano accidentati e volgari, sarà sedotto dalle pallide vie del mare, più pericolose e più dolci, incerte e solitarie. Là tutto è più misterioso, perfino quelle grandi ombre che a volte fluttuano quietamente sui campi nudi del mare, senza case e senza alberi, e che sono proiettate dalle nubi, celesti villaggi, vaghi fogliami.
Il mare ha l’incanto delle cose che la notte non restano in silenzio, che sono per la nostra vita inquieta una sorta di permesso di dormire, una promessa che il mondo non scomparirà; è come il lumino da notte dei bimbi che, quando brilla, li fa sentire meno soli. Il mare non è separato dal cielo come la terra, è sempre in armonia con i suoi colori, si commuove per le sue sfumature più delicate. Scintilla sotto il sole ed ogni sera sembra morire con lui. Quando poi è scomparso, continua a rimpiangerlo, a conservare un po’ del suo luminoso ricordo, di fronte alla terra uniformemente oscura. E il momento dei suoi riflessi melanconici, così dolci che guardandoli ci si sente struggere il cuore.
Quando è quasi scesa la notte, e il cielo è cupo sulla terra ormai nera, il mare risplende ancora debolmente, non si sa per quale mistero, per quale brillante reliquia del giorno sepolta tra i flutti.
Il mare ravviva la nostra immaginazione, perché non fa pensare alla vita degli uomini; allieta anche la nostra anima perché, al pari dell’anima, è un’aspirazione infinita e mai appagata, uno slancio spezzato di continuo da cadute, un lamento eterno e dolce. Ci incanta al pari della musica, che non reca come il linguaggio la traccia delle cose, che non ci dice nulla degli uomini, ma imita i moti della nostra anima. Il nostro cuore, slanciandosi e poi ricadendo con le loro onde, dimentica i propri cedimenti, e si consola in un’intima armonia tra la propria tristezza e quella del mare, che confonde il suo destino e quello delle cose».

Marcel Proust, I piaceri e i giorni (Settembre 1892)
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martedì, 09 dicembre 2008
E' inverno o quasi
chi dice che sia triste
l'inverno


 
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