domenica, 18 maggio 2008

vicino-lontano e vuoto-pieno sono le parole che ho in questo momento per descrivere come sto vivendo: è una situazione complicata ma incredibilmente intensa, difficile ma energetica

vicino-lontano da casa, dalle persone con cui spartisco il quotidiano, dal mio e dai vostri blog, identicamente attratta ad aprirne le pagine così come a chiuderle qualche istante dopo
dai miei pensieri soliti, dalle emozioni note, dalle reazioni prevedibili e conosciute, dal desiderio di stabilità

vuoto-pieno per una gioia prevista ma di proporzioni inaspettate, eccessive quasi inaccettabili, e per una delusione grande, messa in conto eppure dagli effetti, imprevedibilmente, tutt'altro che devastanti 

che si viva il misto e nel misto credo di saperlo,  lo evoco spesso questo fondamento interattivo (interculturale?) che ritengo sia la base naturale e vitale dei viventi, spesso ne racconto qui i segni, ne insegno altrove le componenti strutturali..
ma toccarlo il misto, concretamente esperire, a pelle,  i nodi dell'intrico  è davvero un'altra cosa.
L'addomesticamento culturale che tutti subiamo in anni di istruzione e di pratica culturale ci presenta il tragico come l'insolubile contraddizione logica, che solo nella poesia e nella religione trovano risoluzione, scioglimento, salvezza; ma forse non è così, fose il tragico è il misto della vita, la più terrestre e quotidiana delle esperienze (Nietzsche lo sapeva che l'uccisione di Pan era il grande precedente della "morte di Dio"): il tragico come simultaneità delle presenze, forse.
Spesso non si prevede che la simultaneità, la compresenza di emozioni tra loror contrastanti, è un'altra, differente ed autonoma emozione, che non addiziona e  non sottrae, non moltiplica e non divide; è questo tertium datur  l'inaspettato, il più difficile da gestire: uno stato d'animo sconosciuto perché ogni volta diverso, che fa balbettare mettendoti alle prese  con un nuovo apprendistato. 
E ogni apprendistato richiede silenzio e un periodo - breve o lungo - di rieducazione dell'alfabeto noto.  

Mi è stato inviato  da una collega sensibile, in proposito, questo passaggio di Yourcenar, che trovo terapeutico in frangenti del tipo vicino-lontano e pieno-vuoto. Ho voglia di condividerne con voi l'effetto cura:

"Accettare che questo o quell'essere, che amavamo, sia morto. Accettare che questo o quell'essere non sia che un morto tra milioni di morti. Accettare che questo o quello, vivi, abbiano avuto le loro debolezze, le loro bassezze, compiuto errori che tentiamo inutilmente di coprire con pietose menzogne, un poco per pietà verso di loro, e mol­to per pietà verso noi stessi, e per la vanagloria di avere amato solo la perfezione, l'intelligenza e la bellezza. Ac­cettare la loro indipendenza di morti, senza incatenarli, povere ombre, al nostro carro di vivi. Accettare che siano morti prima del tempo, perché non c’è tempo. Accettare di dimenticarli, perché l'oblio è nell’ordine delle cose. Accettare di ricordarli, perché segretamente la memoria si nasconde al fondo dell'oblio. E accettare anche, ma ripromettendoci di fare meglio un’altra volta, e al prossimo incontro, di averli goffamente, mediocremente amati "

 

postato da: multiversum alle ore 15:12 | Permalink | commenti (32)
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