sabato, 23 febbraio 2008

Che cielo oggi . E il colore...ha un colore che non può essere di un cielo solo ma di tanti cieli, forse dei cieli tutti? 
E infatti, vedi - gli dico - sta lì che trattiene il calare del sole, guarda, gli diluisce il rosso per dispetto, lo stempera così tanto che il sole non ce la fa a tramontare..
E' un cielo-scandalo questo cielo, non ti pare? è una tenda azzurra così tesa e spessa che pare un tetto d'acciaio; come uno scudo di difesa, enorme, rimanda la sera alla notte. 

Mi fa un cenno come a dire, senza dire, che sì, lo vede...      

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martedì, 19 febbraio 2008

2. La solitudine

Io non parlo e scrivo perché ho capito, parlo e scrivo per capire e far nascere..

All'incirca si espresse così durante un'intervista, nella metà degli anni '60, una donna tedesca del secolo scorso; lei era una studiosa appassionata assai meno del sapere che della vita e del mondo; "per amore del mondo", specialmente amava l'istante, quello in cui qualcuno o qualcosa vengono al mondo, nascono, scuotendo per un attimo il misterioso equilibrio dell'universo.
Di sicuro, il suo stile di pensiero fu anti-economico; amava infatti definirsi una pensatrice della politica, la politica nel senso originario: amava i greci, capaci di leggere le cose da tante prospettiva, di scambiarsi opinioni e di farle dialogare; da laica amava i greci, dunque il plurale, la storia come immortalità degli dei e degli eroi, la piazza, la città.. 
Si chiamava Hannah di nome, Arendt di cognome. Tutti ne hanno sentito parlare, molti hanno letto lei o di lei; le donne non la amano granché, aveva idee un po' differenti sul senso dell'emancipazione femminile...
Sento, senza alcuna presunzione, la consapevolezza di condividere con questa donna qualche modesta affinità, tra cui l'istinto del "levare"; che non significa togliere, almeno nel senso comunemente usato, cioé nel senso del sottrarre per appropriarsi.. 
levare come esigenza, come una pratica  - a volte perfino un'arte - di tirare fuori, di far affiorare, di assitere/vedere/ascoltare il levarsi di ciò che prima non c'era...
è un istinto, che forse con il tempo è diventata una quasi-capacità, della donna (madre, figlia, sorella, amica, compagna) e dell'insegnante che per avventura io sono nel mondo.

Tutto questo per dire che, a cominciare da La paura, un racconto appoggiato qui qualche giorno fa, voglio continuare a raccontare me; ma, appunto, un po' come lei, per capire e far nascere ciò che non so ancora e non conosco.
Ho in mente un piccolo percorso organico - un organetto insomma..- che mi aiuti a levare parti di me che chiedono di venire al mondo, di abitarlo senza timore di esser viste. 
Che non stupisca questo mio dire in età matura: credo che non siamo in vita una volta per tutte ma che viviamo per nascere infinite volte ancora..
levatrici e levatori di se stessi, unitevi, verrebbe da dire... 

Nel piccolo percorso che ho in mente, dopo la Paura, ora é la volta della Solitudine; poi sarà la volta della Coscienza duplicata e, infine,  della Femminilità dimezzata. 

la solitudine :  
Fosse stato per me, avrei messo al mondo tanti figli quanto il tempo della femminilità feconda ne avesse permesso, più femmine che maschi preferibilmente
Fosse stato per me,  me ne sarei fregata, tranne per il q.i, la presenza sana e l'igiene personale, della provenienza dei semi fecondatori. Inezie in confronto all'impeto dell'allevare vite per amore del mondo
Fosse stato per me, avrei cominciato molto prima ad accompagnare ad ogni processo del mio pensare un'esperienza personale..e viceversa; l'a-cosmia toglie spazio al nascere, dimezza la potenza del coltivare, impedisce la cura. 
Fosse stato per me, avrei esposto di più la mia persona "al rischio della vita pubblica"; il che significa che, prima di ogni altra quota di ruolo, la quota di amore che avevo da dare l'avrei concentrata di meno e dispersa di più; l'avrei lasciata scorrere e dividere in tanti rivoli d'acqua, solo parzialmente controllabili..
Fosse stato per me, avrei amato specialmente coloro che, giungendo e avvicinandosi, avessero fatto sì che tutto diventasse luminoso; non che diventasse più semplice e facile ma illuminato si, a giorno: anche il male, il difficile, il dolore, la durezza del vivere, ma..a giorno; meglio la tragedia se necessario, che la commedia dell'arte mal recitata; avrei amato specialmente chi mi avesse detto che noi, donne e uomini, non possiamo sapere ma possiamo e desideriamo condividere con gioia questa impossibilità...
Fosse stato per me , non l'avrei sfrattata ancor prima di conoscerla ma l'avrei abitata subito la mia solitudine; avrei misurato il territorio della fiducia, scegliendo per compagni di viaggio volti che, mai specchiatisi nella verità, sapessero cambiare con la vita, come la vita; è così che poteva realizzarsi il progetto, personale e collettivo, che la cosa di uno fosse la cosa di tutti..

Ora che ho tratto fuori la solitudine, mi metto a pensarci su.
Mi chiedo quanto le condizioni reali della libertà personale, specie quella femminile, non riposino, oltre le conquiste visibili di un paritetico stato esteriore, sul non più dire, nessuno più : fosse stato per me...
le risorse per cambiare linguaggio ci sono; forse  basta fare un passo più in qua piuttosto che più in là; ci vuole  coraggio, però, il coraggio di affondare almeno uno dei piedi giù più giù, fino a toccare la terra morbida e bagnata; quella che sta sotto il secco della zolla esposta al sole d'agosto, sotto la zolla vecchia consumata dalla vista e dal passo di tutti; affondare il piede nella terra che una volta i contadini rivoltavano per rendere ospitale ai semi, preparando l'attesa, sempre uguale e sempre diversa, del prossimo ciclo...
affondare nella solitudine, rivoltare e rendere feconda  la solitudine ...
  

   

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venerdì, 15 febbraio 2008

1.La Paura

Lavoro molto di scrittura di questi tempi  - mi si è fatto cortesemente capire che l'ultimo lavoro organico data 2004.. - ed è come se, ingabbiata nelle cose dell'ordine costituito, almeno parzialmente,  la scrittura  avesse timore di esporsi nei luoghi dell'esercizio libero...qui ad esempio
forse anche la scrittura sente e annusa paura, la scrittura come me, il mio corpo, il pensiero ..

credo che non ho vi ho mai raccontato, se non tra le righe, di questa mia compagna di viaggio, forse è il momento giusto per sciogliere il sottinteso..

spartisco anni di vita e un discreto numero di esperienze belle e brutte in compagnia della paura...
come tutti, certo come tutti, uomini e donne

se ragionare però è arte paziente del distinguere e del ricollegare, meglio fermarsi e andar di scavo.
Quella che riguarda la paura è una questione di tutti ma, forse più di ogni altra, è questione di quota e di soglia, di spessore e intensità, di essere e di avere e, perciò, è personalissima e intimissima;  con buona pace dei tanti signori del monopolio (dei beni, dei valori, dei sentimenti, degli affetti, delle origini, delle razze, della pelle...ché, pur diversamente, sempre di monarchia e monopolio si tratta ), bisogna dire che la paura è un fenomeno per sua essenza relativo e polivalente ;
il linguaggio della paura è polisemico
..

questo significa che il problema non insiste sul fatto se si abbia o no paura, perché è ovvio che tutti hanno paura in determinate circostanze; la questione vera è un'altra, riguarda il modo e/o i modi in cui la paura è, c'è, ci sta, ovvero i mille volti che essa assume nel suo ineludibile esserci per tutti. Ché a volte si maschera così bene che quasi la prendi per un desiderio; talvolta ha perfino un che di erotico,  sa essere affascinante lei..

in varie forme l'esserci della paura mi accompagna da sempre e io ho imparato,  negli anni e in diversi modi, corrispondenti alle sue trappole,  a tenerla bene - del resto mi riguarda, ci spartisco la vita.. - ma a debita distanza; in certi momenti è come se fossimo affezionate, come se qualcosa ci mescolasse in un singolare attaccamento; confesso che mi è persino simpatica quando Paura fa la talentosa e recita la parte di Ironia - io adoro il piglio ambivalente dell'ironia, quel fare due di uno che crea spazio per abitare il possibile..-

intendiamoci, la mia compagna non è della famiglia delle emozioni episodiche, ha il suo ritmo di sviluppo lei;. piuttosto, è rapsodica
ché altrimenti non sarebbe stato possibile conoscerla così bene e imbastirci su un dialogo, botta e risposta;
la mia paura sta nella famiglia dei sentimenti,  ben radicata, l'ho già detto, nella terra dell'essere e non dell'avere; non è affatto interessata ad avere oggetti e questo peggiora le cose..
diciamo che lei si basta, basta a se stessa la mia coinquilina, è autosufficiente e si autogoverna...
al punto che, nata e cresciuta con me, ci prova, prova ad essere me, tutta me..
come adesso...

come la scrittura in questi giorni teme di spaziare altrove dai luoghi freddi e infine circoscritti di una specifica disciplina, così io stessa mi lascio riassorbire dalla sua capricciosa smania di essere me, di pervadermi tutta, ghettizzandomi 

un po' invadente lo è stata sempre ma così invasiva mai ...
si è messa perfino a lottare contro i consigli viennesi di Pedro, che fino a pocho tempo fa la azzittiva...
sapete, bastavano uno sguardo, la sua lama di cristallo azzurro, e il solo atto di aprire la vecchia valigia , lei lesta si ritraeva   

stavolta invece resiste bene e a lungo..
tant'è che mi chiedo come fare a seguire i consigli di lui, come potrei leggere l'ultima prodezza della mia invadente compagna - la vertigine che fa il passo pesante, incerto, squilibrato -  se non capisco chi legga, se io o lei,  l'infida?

oh no, non è necessario che se ne vada via per sempre, dopo tante esperienze condivise so che mi mancherebbe, però, insomma, che torni almeno a giocare pulito, un gioco di  squadra sostenibile...

che tristezza! sarà mica che anche lei, la paura, che si è messa a guardare  la tv e anche a leggere i giornali perché tv, giornali e giornalisti  - dice lei - è da un po' che si rivolgono soprattutto a lei, che parlano alla paura della gente, nutrendola di pane quotidiano..
(dicevo) non sarà mica che anche la paura ha deciso di  "correre da sola"?  
guai su guai...

postato da: multiversum alle ore 15:16 | Permalink | commenti (26)
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domenica, 10 febbraio 2008

 

(farmacia portatile della prima metà del XVIII secolo
alias
la valigia dell'attore )

 

"[....)La compagnia non ha deluso le aspettative: bravi i cantanti e notevoli gli strumentisti; ricchi e sfavillanti la scenografia e i costumi, assolutamente irresistibili gli attori comici della compagnia,
in particolare il giovane A. B., che ha strappato applausi e risate a ogni sua apparizione
[...]"

(L'Eco di Bergamo, gennaio 2008)

Nè molto né poco, quanto basta per la multiversa mater...
q.b. è il giusto mezzo aristotelico nel linguaggio della cura: arte, virtù, cura...
tout se tient ;-) 

 

(non ho resistito..)

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martedì, 05 febbraio 2008

Da quasi due anni taceva.
Il silenzio di Pedro è stato così lungo da farmi pensare che le gambe fossero ormai capaci di camminare un numero apprezzabile di territori differenti.
Geograficamente à plomb, almeno così mi sembrava..
Ma forse non basta la geografia degli spazi e deve essere per questo che Pedro ha rotto il silenzio ed è tornato

L'ho intravisto tra la pioggia fitta di Vienna nella Judenplatz sabato scorso, intorno alle 11,30.
Lì  per lì ho stentato a riconoscerlo, immersa nel bianco dei palazzi,  così attualizzati dallo stucco  compatto del restauro fresco da non riuscire a proiettare più ombre ma solo luce; né più peccato né più dovere da ricordare, unità pacificata da "fine dei tempi" .. molto viennese

A un tratto lo distinguo, più esile e canuto dell'ultima volta, cappotto e cappello neri, senza ombrello; se ne stava addossato al muro bianco di uno dei quattro edifici della piazza quadrata, forse per ripararsi  dalla pioggia oppure per via del fatto, che del resto fu lui il primo a rilevare, che  la  numero 7 del suo "Atlante delle nepoti e dei nepoti" vede bene il laterale, meno il frontale...
Così lo vedo, infatti, lo riconosco, gli vado incontro..

"Credevo di averti finalmente riassorbito ma sei qui e dunque..". e mi accorgo di non essere affatto accogliente, pur gioendo del rivederci; dalla mia ho la consapevolezza di ciò che porta con sé la visita di quest'uomo dalla coscienza di eremita..

"hai ancora bisogno di me", dice a bassa voce e sorridendo, mentre mi prende la mano e la mette tra le sue, per riscaldarci come allora
"non basta la geografia, ragazza mia; l'equilibrio che conquisti nell'ordine dello spazio è illusorio, dura pochissimo  se non si mischia con l'ordine del tempo; la geografia sta con la storia,  la terra con il mutamento, il paesaggio con il racconto..altrimenti c'è solo pace d'armistizio "

Con una punta di dispetto che viene da lontano lo rimbrotto: "Pedro dai non fare il filosofo, ricordati chi eri e cosa facevi, chi sono e cosa faccio.."
Alza un po' la voce, irritato: "tu sai benissimo che è lo stesso, ugualmente è cura..".

Sento che ha ragione sul mio lavoro e il suo ma preferisco glissare:  "...ho capito, sei qui per le mie vertigini;  la diagnosi è stata fatta, accertata una banale labirintite.."

"Memoria scarsa...ogni sintomo è un fatto da accertare per la diagnosi ma, insieme,  è la cifra da decodificare per il pensiero  che interpreta e vuol comprendere; eri al liceo quando ti raccontavo che sintomo è "pathos", passione appassionata e appassionante, che fa battere forte il cuore e alza la temperatura affettiva; in un istante fa irruzione nel quotidiano, chiedendo giorno e notte di essere visto, ascoltato, letto....e tu fai finta di niente 
dunque ascolta e leggi.."  

La pioggia intanto si è fatta più fitta e pungente, si è alzato vento da nord; ci spostiamo di qualche metro, al riparo di una tenda a tinte forti, che spezza il biancore diffuso della piazza; è di un locale spagnolo...a proposito di segni da decodificare...

Lui che coglie al volo il mio pensiero:  " e smettila di cercare il segreto della nostra storia, che altro vuoi scovare ancora nel passato, osserva dove ci siamo incontrati oggi; basta così...
soprattutto smetti di compiacerti - "..io compiacermi?." .."si, compiacerti per lusso di passività " -evocando il destino instabile delle vite che ci hanno preceduto..
piuttosto leggi il testo che la vertigine incide nella tua storia; sei tu quell'equilibrio instabile, tua è la provvisorietà, tu quel  vuoto che ti affascina e ti appassiona quanto ti fa orrore...
da quanto tempo lasci che il racconto della tua vita semplicemente duri, sospeso sul bordo estremo di altre vite come sull'orlo di un cornicione? "

Sparisce. E' calato il vento e non piove più.
Entro nel locale spagnolo e ordino un pincho e un bicchiere di vino rosso. 
Alle pareti, tinteggiate di rosso scuro, sono appese nature morte incorniciate da fasce larghe e spesse di ebano scuro; ad intervalli regolari tra l'una e l'altra brevi parole elementari in lingua italiana: "no alla guerra" - "pace" - "amore" - "felicità" , che cercano di unirsi ai frammenti, spezzettati dalla pioggia e dal vento, che hanno rotto il silenzio di Pedro..
lentamente formano insieme una tela mentale dove leggo, tra altri dettagli:
restituire il racconto al paesaggio, il movimento alla terra, l'amore alla pace...
      

      

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