mercoledì, 31 ottobre 2007

Quanta strada nei miei sandali

Nel parco del lungolago di Lugano l'erudito quello alto (S.) interroga l’allegra brigata (D., L., M., F., L=io...peccato che non ci fossero E. e F. l' etrusco) sull’identità di un blocco marmoreo che si vede appena sul fondo, di cui peraltro la suddetta brigata, intenta a digerire metri di spaghi di castagna e gelato alla vaniglia, non si è affatto accorta.
Mi avvicino al blocco (se si stranisce l’erudito poi me lo pascolo io nel viaggio di ritorno mica l’allegra brigata…) e, inaspettatamente, mentre il giovane saggio (L.) bisbiglia “ma che c’entra Socrate con il Ticino? ” e oenso che ha ragione, vedo un Socrate di marmo, totalmente “fatto” di cicuta, accasciato su se stesso, gli arti allungati e così protesi da far pensare che lo scultore provocasse lo sguardo del viandante a zummare sui piedi del filosofo, anzi sui sandali che ne serrano la tensione ..

Mentre dall’allegra brigata si alza un fiero e corale “ E’ Socrate!!” e l’erudito gongola di soddisfazione, accetto l'immaginario invito dello scultore e punto gli occhi sui sandali..
”forse è un particolare non appropriato” – dico a L., ancor più perplesso per via di questo Socrate ticinese - devo aver letto da qualche parte che Socrate girava a piedi nudi per aderire alla città più che poteva…”

ma non ha importanza l’appropriatezza del particolare perché in realtà a colpirmi  è la sua forza, la potenza del dettaglio..

mi viene naturale ripensare al pezzo di Conte quanta strada nei miei sandali ..lo canticchio con la voce di dentro, quella che fa avanti e indietro tra mente e corpo e se non esce fuori poco male perché canta forte lo stesso, anzi quando canta suona e danza così è allora che la testa funziona meglio…   

mentre l’allegra brigata riprende il cammino ed io con lei, dentro il cerchio caldo di una confidenza tenera e spartita, continuo a pensare al sandalo e alla potenza del dettaglio...e sento che mi piacerebbe, se ne fossi capace, comporre un elogio del dettaglio e mandare al diavolo la sostanza!

si, del dettaglio, che è più essenziale e decisivo della sostanza
in un oggetto, in un fatto, in un pensiero, in un rapporto, in una persona, in un panorama, in una strada, in un viaggio, in un amore per sempre, in una storia d'amore per quanto sarà, in una storia e basta, in un'esistenza, in un nome, in una vita, in una morte ....

e così, mentre l’allegra brigata ha già raggiunto il parcheggio ed io, tentando freneticamente di racimolare moneta svizzera, colgo lo sguardo acuto di L. farsi più dolce e pazientemente materno, percepisco che il sandalo di quello strano Socrate ticinese sta diventando un dettaglio che è più fermo e durevole di quanto sarà il ricordo di giorni felici, più prezioso del racconto che ne faremo, insomma...più essenziale della sostanza.

  

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martedì, 30 ottobre 2007

Alessitimici  (dal greco a , assenza,  lexis , parola e timos , sentimento) è il nome che la medicina moderna ha dato a persone che non riescono a toccare le loro emozioni, a decodificarle e perciò non danno parola o voce ai loro sentimenti...

(caspita come cambia la prospettiva su cose e persone se a nominarle è la scienza, la medicina in questo caso..perché credo di averne conosciuto qualcuno o qualcuna - nella mia esperienza è piuttosto maschile questa "patologia" che femminile - e francamente questo qualcuno o qualcuna mi hanno talmente ferito che ho scelto altri nomi, che so, carogna, bastardo/a e simili (quando "faccio" la signora uso l'espressione "analfabeta sentimentale"..) 

dunque dovrei sentirmi in colpa adesso che scopro trattarsi di una vera e propria malattia, della deficienza di una regione cerebrale che impedisce la presa di coscienza delle emozioni; eppure non mi sento affatto in colpa..

piuttosto, sento aumentare un disagio culturale, come uno scollamento dai significati correnti che provo da un po' e che ogni tanto si  acutizza; come l'estate scorsa, quando la maggior parte dei quotidiani (anche il giornalismo fa capo al sistema scientifico..) definirono "piromani" -  malati dunque - alcuni delinquenti, assassini e distruttori di vita..

non sono paragonabili le due supposte patologie però convergono verso il medesimo nodo : 

a che gioco gioca una società che ama interpretarsi come "malata"?  
perché continua ad evocare l'emergenza di bisogni cui deve rispondere una rete (economica) di risorse esterne agli individui, che vanno da pratiche terapeutiche di svariato genere all'iperconsumo farmacologico a molti altri sistemi di cura scelti spesso in modo del tutto autonomo e spregiudicato? e perché evita di esprimere, invece - di urlare se necessario - il bisogno di una integrità di più ampia misura, alla quale si accede - forse - solo attivando risorse interne, come la consapevolezza, la responsabilità, l'attitudine critica del pensare e altre risorse naturali, che  non si lasciano iscrivere nei codici scientifici?  penso a quelle energie che Goethe  chiamava "i presentimenti delle nostre potenzialità"... 

con questo non voglio affatto fare moralismo, opporre la scienza all'etica né lo spirito al corpo, niente di tutto questo
sono convinta anzi che le persone siano essenzialmente unità psicocorporee e altrettanto sono convinta che l'ascolto del corpo (ma perché sempre del malessere del corpo e così poco del corpo felice?) sia una risorsa importante di liberazione personale e collettiva, con ampie ricadute sociali... ma ecco, il punto è proprio questo:

a che gioco  gioca una società che tende ad interpretare le pratiche di libertà come  terapie di guarigione?

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domenica, 21 ottobre 2007

ma si, oggi è un giorno che ha bisogno di una canzone speciale
di quelle che non importa se hanno molti anni
se a scrivere comporre cantare è una voce antica
e non fa niente se lui è un tantino ermetico
intellettuale snob e sessantottino

ci vuole una canzone-sintesi come, certe volte
per un dolore o per una gioia grandi,
così grandi da lasciarti senza fiato,
un giorno uno solo fa riassunto
un giorno che ti si presenta a casa una mattina
e di mesi e anni coperti da mani e mani di tinteggiatura
di colori a contrasto,
di voci in bianco e nero
di suoni che stridono come metallo
fa un unico filo d'erba..

quando accade è come se si potessero risalire improvvisamente
i condotti del proprio sangue
mai avresti pensato di poterti insinuare su per quei sentieri venosi
stretti e fragili, pesanti di liquido scuro riciclato
per ritornare al cuore e finalmente toccare il nucleo..
il battito della vita

oggi per me è un giorno-riassunto
quando vene e arterie si confondono e si mischiano
e il sangue circola senza regole dentro un caos felice
il tempo si arrotonda e tutto quanto è intorno
d'improvviso si fa splendidamente double face

e allora ci sta bene una mail alle amiche e un'antica canzone di Vecchioni...

 

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giovedì, 18 ottobre 2007

Il peso specifico della promessa

Intanto la parola promessa è di valore plurale (dal latino promissa, neutro plurale) , parlarne al singolare finisce per attribuirle una sostanza quasi sacrale che evidentemente non possiede...
(per inciso, la filologia serve bene la vita, a volte molto più che la psicologia ..)

la consapevolezza della pluralità celata restituisce concretezza alla definizione che si trova nei vocabolari - altrimenti poco concepibile o decisamente astratta e perfino inutile -  dove si legge:
promessa = ciò che si promette o anche l'atto del promettere o anche l'esecuzione di tale atto...

pluralità e differenza...

forse qualcuno - non solo io, per via di una lunga storia che sto raccontando a modo mio tra queste righe apparentemente impersonali... - può avvertire un improvviso sollievo, un senso di libertà  nel rendersi conto che solenne, vincolante, sacrale la promessa forse non è e non è da ritenere 
piuttosto sembra indicare una grandezza variabile, una parola  polisemica, un concetto-territorio di una mappa più ampia, chissà quanto più ampia...

e del resto perchè il destino della parola promessa dovrebbe distinguersi da quello di ogni altra parola che sensatamente racconti dell'umano, della vita, dell'instabilità del nostro personale e comune viaggiare...

decostruzione in corso, si potrebbe dire...si, ma senza distruzione...

perché tutto quello che ho detto non significa che la promessa non abbia peso o che chi  promette non percepisca nell'atto di farlo un frammento di assoluto cadere nell'ovvietà del quotidiano...come quando istantanea cade una meteora  impegnando lo sguardo al contatto, imprevisto, con una luce insolita, accecante, irresistibile..

però significa e avverte che il peso della promessa, pure così realmente ed eticamente  coinvolgente, è peso specifico...
specificamente relativo a questa situazione o a quella o all'altra ancora, variabilmente specifico

ecco perché ciò che si promette, l'atto del premettere e l'esecuzione della promessa - i significati del dizionario -  rivelano momenti differenti che si rincorrono senza mai incontrarsi e unificarsi nell'intero...

sollievo ma anche amarezza, non è vero? perché.. che cosa resta?

io credo che oltre i confini dell'illusione che un atto, un qualsiasi atto umano, possa quadrare il cerchio della vita, da un lato, e della coscienza di dover sostare tra sacrificio e colpa, deliranti entrambi, quel che resta forse è fedeltà..
la fedeltà ad una parola che è stata donata gratuitamente in un istante di assolutezza,  sebbene non eseguita, completata, portata a compimento; e chi potrebbe realizzare l'assoluto?

non è poco se quel che resta, infine, è la fedeltà a se stessi...  

   

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sabato, 13 ottobre 2007

mi chiedo, molti si chiedono, se le tragedie che vediamo, ascoltiamo e leggiamo in tempo quasi reale - talmente quasi-reale da creare una sorta di metabolismo assimilativo che non permette  un assorbimento riflessivo dei fatti e, a seguire, l'elaborazione in forma di memoria del senso che li abita - si lascino ancora liquidare e classificare in "casi psichiatrici" o se la loro frequenza non obblighi a riflettere sul fatto che omicidi, stupri, infanticidi e, comunque, mille forme di gesti impulsivi e violenti che sfuggono al controllo di sé non siano da annoverare ormai tra i modi di essere, personali e sociali, cioé da ritenere come possibilità, potenzialità del vivere...

non sento di essere particolarmente pessimista nel proporre una riflessione sull'ordinarietà di queste tragedie, sulla frequenza con cui ricorrono e, soprattutto, sulla assoluta imprevedibilità dei luoghi, dei modi e delle figure coinvolte in tali situazioni.
Non solo è inquietante leggere dove insistono maggiormente le varie forme, più o meno gravi,  che assume questa avventura incontrollata e incontrollabile dei peggiori impulsi umani - proprio nei paesi industrializzati e, fra questi, l'Italia al secondo posto dopo gli Stati Uniti - ma lo è ancor più sapere chi sono coloro  cui sfugge di mano  il governo di se stessi: solitamente non sono poveri, barboni ai margini del sociale, non sono incolti, anzi sono persone cresciute in contesti di cultura partecipata e ampiamente distribuita, non sono abbandonati a se stessi ma, il più delle volte, pienamente inseriti in un nucleo familiare "normale", perfino definito "coeso" e, non di rado, in spazi professionali di spicco..

beh ma allora che succede in queste società che da secoli - penso alla catolicissima Italia - alleva i suoi figli con l'alfabeto dell'anima a distinguere (forse troppo..) tra il bene e il male, che succede a questa gente che da diversi decenni usufruisce di lettini psichiatrici e di farmaci sempre più sofisticati ed efficaci - e dei soldi per pagarsi gli uni e gli altri...- di liberi spazi culturali, pre/infra/post scolari che sembrano fatti a bella posta per evitare la solitudine e l'incomunicabilità, di curricula didattici perfetti e libri di testo meravigliosi, sfornati, almeno da un decennio, da nutrite commissioni di esperti in formazione e sviluppo della personalità, pedagogisti, psicologi, teorici del linguaggio, informatici,  che hanno saputo trasformare così alacremente - a destra come a sinistra - le faccende ministeriali in efficaci riforme di interesse educativo...    

insomma dove si nasconde quell'inganno che fa di un nonno un mostro, di una madre l'assassina del proprio figlio, di un gruppo di amici violenti stupratori,  di compagni di scuola una banda di bulli? 

lo so, lo so che tanta gente non è così e non potrà mai diventarlo (forse..), che molti di noi si danno da fare nel coltivare, in eroica solitudine, giardini che sanno rimanere sempre a rischio...
non basta però, non mi mi basta vedere tanta gente all'opera,sentirmi inclusa in questa sorta di volontariato invisibile, non mi bastano le eccezioni, per quanto numerose siano, voglio le  regole...  

solo con le regole si fa sul serio, si governa così come ci si governa...  

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sabato, 06 ottobre 2007

dal trespolo un pensiero fresco di giornata ....

è da un po' che sento l'esigenza di appuntare qui alcune ragioni per cui non sarò là il 14 ottobre, puntuale ancora una volta, con il popolo della sinistra che dice si al PD

non l'ho ancora fatto perché sento forte il rischio del luogo comune, della "grillata", dell'artificio, dell'orto-pensiero che si ritrae nel retro-pensiero - o nel pensiero rétro, fate voi -  ogni volta che provo a buttar giù le ragioni politiche di questa scelta, per me, durissima; è difficile da spiegare, come se provassi un misto di sacrificio e rinuncia ma anche di sollievo ...

poco fa l'incontro casuale con una giovane donna quasi-sposa  mi dà modo di toccarle queste ragioni, di ascoltarle, dal vivo, salire con semplicità dai fatti; si i fatti, che sempre di più dovremmo far parlare prima delle parole, ascoltare prima di ogni dire e rappresentare...perché è così, forse, che si trovano le ragioni, quelle vere per noi, che è possibile abitare con dignità...cioé restando fuori dal circuito della propaganda

Lei : "Ciao, ti ho spedito l'invito, mi sposerò in dicembre.."

Io: "che bella notizia, sono felice per te.".

Lei : "io lo sarò dopo, lo spero; per ora ho un mare di problemi " 

Io : "di che tipo...avete vissuto insieme per anni, vi conoscete bene.." 

Lei: "è questo il problema; papà non l'ha presa bene, anzi l'ha presa malissimo, a lui piaceva l'idea della convivenza...sai, siamo arrivati a discutere, lui ad alzare la voce come mai era successo e io a piangere come una bambina.."

Io: "ti va di parlarne davanti ad una tazza di  caffé?"

Lasciamo il marciapiedi del sabato a mezzogiorno, affollato e ansioso, entriamo nel bar di fronte, ordiniamo due caffé... macchiati

Lei: "mio padre si è arrabbiato ancora di più  sapendo che M. ed io abbiamo deciso - insieme - di sposarci in chiesa con l'abito bianco...lui il burattino in giacca e cravatta non lo vuol fare.. 

Io:  "fantastico...scusa se sorrido, mi sta tornando in mente tuo padre, trenta anni fa, mentre litiga con i suoi perché lui e tua madre avevano deciso - insieme - di  sposarsi con rito civile, abiti casual, pochi invitati, un giorno come un altro..."ma che puntiglio, papà, trasgressione ma dai che dici, non si tratta di contestazione, papà lo capisci o no che é una questione di libertà.." , così gridava tuo padre e io, noi, tutti noi a tenergli testa, figuriamoci...

Lei, con un sorriso quasi tenero: "vuoi dire che si tratta della stessa rigidità, papà, nonno, non è cambiato nulla..., scusami sai -  passando in un istante  dal tenero all'aggressivo - non avete cambiato un bel nulla voi, tanto meno vi interessa la libertà della gente, i bisogni, i desideri veri, sentiti..." 

Io: "credo sia andata così, cara, almeno per tuo padre e molti altri..".

Lei:  "ok scusa, non tutti certo... io sento di aver deciso liberamente di sposarmi in chiesa, nonostante non sia credente; ho sentito quanto fosse importante per il mio compagno ...e proprio questo per papà  è incomprensibile... "ti sei fatta convincere dal loro potere...del resto sono di destra quelli là.. ", va ripetendo da giorni e io...."

Io: ."..e tu? tu cosa provi?"  

Lei: "delusione, mi sento come tradita" 

Io: "anche io mi sento tradita, ma è un'altra storia...".

Lei: "credo di capire, parli del PD...è tutt'altro certo ma c'è qualcosa di simile, la stessa cappa di rigidità, la stessa ostinatezza, la stessa disattenzione per le cose vere, i contenuti non contano.."

Io: "lo stesso clima di illibertà .."

Ci abbracciamo, ciao a presto... "Ci sarai anche tu vero?" "al tuo matrimonio dici? si, certo che ci sarò ..."  

 

    

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venerdì, 05 ottobre 2007

O così o niente ...

immaginate me su questo trespolo, me che ogni volta che salgo - si perché non ci si siede, lì si sale e si arrampica...- rischio il suicidio

però dicono che salvo la curva sud della colonna e quindi vale la pena ...

la prima volta che sono scesa  dal trespolo - siccome si sale poi si deve scendere..- ho avuto seri problemi; non ti agitare leti, come sei salita scenderai, semplice, logico, efficace; già, ma non è mica la stessa cosa, perché dondola pure 'sto robo; insomma, è finita che mi sono lasciata scivolare di fianco lentamente fino a cadere e toccare finalmente terra  con rito abbreviato 

però dicono che salvo la curva sud della colonna e quindi vale la pena...

per non parlare del fatto che il coso dondola e inoltre che, se è vero che scarichi il peso dalla colonna è anche vero che lo carichi sulle ginocchia al punto tale che se le fletti per raccogliere qualcosa senti uno strano rumore di fascine crepitanti al fuoco... 

ed à  allora che ti viene una gran voglia di caminetto, di polenta e costarelle di maiale, di scialle della nonna e pensi che
forse è la magia di quel tepore antico che salverebbe sul serio la curva sud della tua colonna...
e si, varrebbe proprio la pena - e non solo per questo - fare un passo due passi indietro....

 

  

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