sabato, 30 dicembre 2006

Bisogna imparare a mettere le cose nel posto giusto ...

Delle "concolare" con il carretto è rimasta solo Peppina e non è cambiata, la veste è sempre quella nera sotto il grembiule, nero, legato dietro il collo e la schiena, è la veste lunga delle donne albanesi arrivate per prime al Porto, rigonfia sotto la cintura che pare organza..

"st'anno che vie' fo' 100 anni letì..signora..."
 "Peppina mi chiami signora adesso?..." la rimprovero con stizza tenera e lei inarcando il sopracciglio: "oh ..cus'è non vedete che vi siete fatta anziana pure vo', cusa ve dico letì..." ; io ci resto di stucco e ridiamo insieme..
l'ironia di Peppina dura 100 anni e forse li raddoppia...

ci voleva ironia a trascinare quel carretto di mattina presto lungo le vie del Porto, quattro file parallele dal mare alla ferrovia, su e giù, giù e su dal cantiere alla torre, ci voleva ironia a gridare sotto le porte sprangate: " chi vo' le concoleeeee, chi vo' le concoleeeee...." (chi vuole comperare vongole?)
quello di Peppina era il primo urlare, come di gallo all'alba
l'arrotino, il giornalaio, la lattaia, il fornaio uscivano dopo, tutti insieme a giorno fatto a far gazzarra sotto le finestre aperte...

"chi vo' le concoleeeeeee"...(oh ragazzìì a st'oora se torna a caasaaaa) ...."chi vo' le concoleeeeee"...(se eri un figlio t'acccoooppaavvoooooo cu' le ma' miee...)..."chi vo' le concoleeeeeee"...(camiiiina va' a casa che mamm' ene 'n peeeenaaaaa)....."chi vo' le concoleeeeee....(e cus'èèè pure brillo sei?)....."

è così che Peppina modulava il dare/avere del suo improbabile commercio di vongole, urlava contro finestre e porte chiuse e intanto strapazzava d'amore materno i reduci delle 5 di mattina...
ci conosceva tutti, ci aveva visto nascere e crescere lei...ci salutava di settembre ci aspettava di giugno, ogni anno...

se riuscivamo a farla franca era perché dopo lo strapazzo si metteva a urlare forte sotto casa 
"chi voooooo'  le concoleeeeee" e durante l' acuto di Peppina si riusciva ad aprire il portoncino, salire le scale e infilarsi nel letto.
lei sosteneva l'acuto a seconda dei piani di scale...ché le conosceva tutte quelle casette a schiera del lungomare, un paio erano le sue, sottili fette di intonaco color pastello tutte attaccate che sentivi russare i vicini, lei le amava quelle case di pescatori nonostante l'esproprio estivo ..
era sicurezza di cibo per l'inverno e allora ci passava sopra.."basta che è gente bona..." e le dava volentieri in fitto..

sul finire dell'estate nei giorni delle reti adagiate come tappeti sul lungomare quando Peppina si staccava dal carretto e toccava al marito guadagnare il pane per l'inverno,  andavamo a trovarla e le portavamo un piccolo dono..
qualsiasi ora era buona, ché il  31di agosto la Peppina, partiti gli affittuari, ripulita da cima a fondo la casa quanto bastava per sentirla sua, piazzava la sedia fuori e se ne stava  immobile fino al tramonto a fissare il mare; gli aveva rapito un figlio anni addietro e lei lo fissava per ore con sguardo di sfida "e cusa  voi che ti perdono? " ...sembravano dire i suoi occhi..
a tratti fissava il marito che cuciva reti dalla parte opposta del lungomare dove inizia  la spiaggia...
a tratti si sorridevano o forse l'ho soltanto immaginato...

ogni volta che ci vedeva arrivare con il pacchetto aggrottava il sopracciglio e tirava via dal mare gli occhi gelidi che per noi cambiavano in un istante, mentre le dita abituate ad aprire vongole si districavano malamente a sciogliere nodi di nastro...
siccome noi si rideva di quel gesto, l'ironia di Peppina si attizzava : "Cusa rideete monelli...ddé viene la scooola e se ride poco 'nte la scooola.."

l'ho rivista così seduta al sole di mezzogiorno di questo Natale-primavera, con la veste nera che copriva la sedia tranne la spalliera, più curva forse ma poco guardare fisso il mare...
"Peppinaaaa" le grido dall'angolo che affaccia al lungomare, lei si volta verso me che le corro incontro e abbozza un sorriso : "lu' è morto - mi dice ancora prima di riconoscere chi la chiama - so' rimasta sola.. el carretto pesa e la rete io non la so cuce...".
poche parole di aggiornamento bastano alla gente come Peppina per riassumere la sostanza di molti anni..
le ho rimandato la semplicità : " ma io sto bene ora, Peppina, i figli sono tranquilli e felici,  sono qui.. prima fatti abbracciare.."
ci si capisce noi due mentre ci spartiamo bisogni uguali e differenti ...

il sole scende e si entra in casa, mangiamo insieme torrone al cioccolato..
Peppina senza parlare inarca il sopracciglio, apre la bocca e mi mostra i denti...
li ha quasi tutti e sono ancora sani

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martedì, 19 dicembre 2006

entre nous...senza comunità

da tempo ho desiderio di parlare - entre nous - di comunità e comunitarismo

vedo queste parole tagliare in modo emblematico la storia tra il dopoguerra - dunque la mia storia e quella dei coetanei - e questo tempo qui, che io e i coetanei facciamo fatica a chiamare il nostro tempo..

d'altra parte il "nostro tempo" o il tempo che si chiama nostro non può essere un'indicazione cronologica, come se fosse un presente dalla nascita alla morte a farci contemporanei; il "nostro tempo" o anche "il mio tempo" o il tuo, il suo è, piuttosto, una sorta di sospensione del fluire di un tempo che va per conto suo indipendentemente da te, da me, da noi, da lei/lui; il tempo viene quando qualcuno ( io, tu, lui, noi) lo percepisce come l' "adesso" e chiamandolo adesso per un attimo solo per quell'attimo sente che coincide, che il tempo gli sta addosso come il suo proprio luogo, il tempo proprio ....niente di nuovo, tutto questo è stato già detto prima, altrove, meglio di me, sto divagando...

torno al tema ...
la parola comunità segna l'arrivo di un linguaggio che prima lentamente glissa e infine speditamente scarta la parola società e spezzando la corda che per lunga tradizione collega società e Stato, a parere di insigni pensatori, segna il passaggio d' epoca..
il motore del 2000..forse..

è così che la parola comunità si presenta al linguaggio quotidiano con la pretesa capacità di estendere i confini di significato delle parole che furono, come società, nazione, territorialità, patria, e di portare con sé come emergenza storica l'urgenza di una questione epocale, la questione dello straniero, del differente, dell'eterogeneo non omologabile, dell'ospite, del testimone, dell'disappartenente, del clandestino...in una parola il problema dell'altro..

così dicono, però mi pare non si sia prestata attenzione, per quanto ne so - forse a causa della piega per metà trionfalistica e per metà tragica delle grandi narrazioni epocali..nonché dei motti di alcuni storici - ad una straordinaria coincidenza: le parole comunità, comunitario, comuitarismo  sono venute al linguaggio ordinario contestualmente all'uscita di scena del comunismo o dei comunismi, realizzati profetizzati auspicati o anche solo immaginati..non importa, e si sono imposte (o sono state imposte) in un clima decisamente critico e da caccia alle streghe (o agli spettri) nei confronti del o dei comunismi..

infatti il comunismo non parlava un e tantomeno questo linguaggio della comunità, come ci si potrebbe aspettare almeno per assonanza, bensì declinava la grammatica della democrazia radicale in un reticolo di parole centrate sull'unità sociale e sulla messa in comune di beni e risorse; messa in comune assomiglia solo per il suono agli accenti  del comunitarismo di oggi, sia politico, quello che promette cittadinanza senza poterla offrire sia religioso, quello che ripudia l'ecumenismo dei credenti e si restringe nella comunità dei cattolici.. 

ne voglio parlare perché non sono sicura della lealtà di questo linguaggio della comunità nelle sua ampia sintassi...
quello che mi fa esistare e dubitare è il fatto che la parola comune suona sempre come-uno, tutti come-uno, uno-tutti, dove l'uno è sempre l'identità di un io o di un noi, sistema chiuso, autarchico ..oppure falsamente aperto quando assume la figura dell'io-globale...  

che ne sarà allora della questione dell'altro? dell'estraneo straniero intruso - difficile, complicata e conflittuale quanto si vuole ma caduta sulla storia a interrompere e liquidare per sempre (e allora caduta come manna..) la sequela di delitti e di marcature a sangue dei sistemi chiusi e totalitari?  

occorre parlarne perché non convince questo comunitarismo della comunità che pensa troppo all'integrazione e troppo poco alla forza del dissenso..
non convince questa democrazia ergatore/contenitore di consenso che non garantisce il diritto di replica..
non convince questa immagine mediatica della questione dell'altro che nasconde (e non lo fa neanche bene) privatissime appartenenze individuali ad un genere di comunità - linguistica, politica, religiosa, etica...ci metto pure la blogcomunità ché ho in mente alcuni tipici esemplari ...- che non ospita e non rispetta l'alterità radicale...     

postato da: multiversum alle ore 18:11 | Permalink | commenti (7)
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mercoledì, 13 dicembre 2006

 

...abitare il multiverso della vita è l'avere occhi e un cuore che non basta mai agli occhi....oppure? 

 

Santa Lucia, per tutti quelli che hanno occhi  
e gli occhi e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito,
per chi non ha capito.

Santa Lucia per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge
e cade sul suo ultimo metro,
per gli amici che vanno e ritornano indietro
e hanno perduto l'anima e le ali.

Per chi vive all'incrocio dei venti
ed è bruciato vivo,
per le persone facili che non hanno dubbi mai,
per la nostra corona di stelle e di spine,
per la nostra paura del buio e della fantasia.

Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata
e un ragazzino al secondo piano che canta,
ride e stona perchè vada lontano,
fa che gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe,
anche la solitudine

postato da: multiversum alle ore 09:43 | Permalink | commenti (2)
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