sabato, 29 luglio 2006

si che mi piacerebbe riuscire a dire del mare e del sentimento mio per il mare in questo spazio che per poter essere multiverso e plurale deve restare riposto, un poco lontano, distante quanto basta...

oggi parlavo con una di noi,  la Ellie appena tornata dal suo viaggio, e ci si chiedeva insieme intorno al genere del mare.
Maschile come polemos, come mar-maris , il mare, el mar , o mar, oppure  femminile come la mer  o neutro come das Mear ...(esistono molte altre lingue, questo è solo un piccolo campione...)

"...femminile" dice lei, il femminile dell'accoglienza e del liquido amniotico ma anche il femminile penetrato dalle prue, falliche e maschili, di mille imbarcazioni, dalle più gentili alle arroganti e violente...
la si vede dalla scia che lasciano la quota di intrusione, a volte è stupro..

"...bisex", dico io, senza pensarci su, come, come ...così comincio a pensare a me e al mare perché dal di dentro si sente, solo dialogando si riconosce quel che si sente e mentre lo si racconta lo si conosce e si esprime e nulla è più così ovvio...

bisex (neutro come das Mear? ) come tutto quello che è per natura, radice originaria senza storia - "li" fece maschio e femmina - prima del linguaggio, prima del senso e del fine, del peccato e della salvezza, del fine e del mezzo, della cultura e delle ideologie..chissà! 

quel che so è che il mare non mi accoglie ( il femminile raramente mi accoglie ...) però neanche sento che mi contrasta (come spesso il maschile).
Mischiarmi con amore per amore con il mare non mi dona nessuna identità nuova e illusoria (al di fuori del nome del padre, il maschile non mi ha mai dato identità nuova...) né d'altra parte sono io a disegnarne i limiti - "fino alla boa  poi si torna ..." - né a definirne gli attributi - "è calmo oggi ieri era agitato.." tanto meno a fargli richieste... Il mare è mare, io sono io. Lo incontro.

Il nostro è un incontro di elementi differenti e simili: il  corpo del mare, perché anche il mare "è " corpo sebbene non "abbia" carne, con il corpo che "ho" come carne; in questo modo misto siamo natura, entrambi. 
Solo che lui, mare, è e può stare eternamente come natura in movimento mentre a me serve rievocare per incontrarlo, liberare la memoria di essere in radice natura in movimento anche io..
finché e fin dove la memoria riesce a viaggiare tesa continuo a nuotarlo, a muoverci insieme in una danza che non lascia scia...
quando il ricordo allenta cedendo alla bonaccia e, divenuta di nuovo pesante di presente, mi accorgo di imprimergli il solco della scia, pian piano mi ritraggo, guadagno terra e nostalgia di mare ..
ma infine, si tratta solo di darsi un altro appuntamento...          

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giovedì, 20 luglio 2006

Che cosa è la critica? E’ l’arte di non essere eccessivamente governati

(Michel Foucault) .

Intuitivamente chiaro e semplice, la critica ci fa liberi. Formula magica di anni che vanno più o meno dalla fine dei ’60 fino al craxismo maturo. In realtà naufragio con spettatori ancora in vita, non si può negare.

Eppure c’è del vero in quelle parole nonostante degli anni '70 non ci restino sotto gli occhi che macerie.

Ma allora cos’è che non ha funzionato?

 

Ho voglia di rifletterci su quel tanto che basta per metterlo qui   

Dice, come ti va il 20 di luglio? oh, mi va assai più di quanto mi vadano certe altre cose che "sarebbero" da fare...

 

Io non credo che siano critica e contestazione in quanto tali a non aver  funzionato, come si è preferito pensare e far credere dalla metà degli anni ’80 fino ad oggi, con il bandire l'esercizio critico collettivo e individuale a colpi di media di regime e di promessa liberista dalla vita sociale, dal mondo dell'istruzione di ogni ordine e grado, dalla famiglia, sempre più sacrafamiglia e sempre meno microsocietà, dalla cultura e perfino dalla religione, pentita di ecumene e di braccia tese al dio di tutti, e attratta invece da tentazioni teocratiche.. 

Credo invece che probabilmente la cosa non funzionò perché l'esercizio della critica, al di là della facciata sessantottina che ne affidò le pratiche alle anime belle e all'innocenza della fantasia – e finché si parlò di "fantasia al potere" il regime ci lasciò fare… -  l'esercizio della critica quella vera era chiaro che spettasse di diritto al pensiero razionale.

La ragione...e chi altro?

Qualcuno che passa di qui ricorderà le abbuffate liceali di “critica e illuminismo”, di “ragione e critica”, di “critica e dialettica “ , "storia e critica " e come dimenticare le semi-laiche proposte di viaggio comunitario verso l’eden della società avanzata…

 

Ma, non di sola ragione

in altri termini, non è detto che le innegabili rovine che vedo se mi guardo intorno mi debbano persuadere della vanità della critica e, soprattutto, del fatto che essere eccessivamente gestiti, governati, decisi, indirizzati  sia una specie di destino contro il quale sarebbe inutile lottare.

Non sono più giovane e proprio per questo dico di no a questo genere di tranelli, decisamente no.

Le calamità sono solo naturali, calamità è lo Tzunami non le bombe in Libano, per capirci, non c’è un destino a segnare le vicende storiche, i tempi e i luoghi della storia di tutti così come le opere e i giorni delle storie personali …E no!

- per inciso il partito democratico di cui in questi giorni si finge di discutere ma chissà da quanto tempo si è programmato, non è niente di fatale...e no!! -  

Se qualcosa davvero fallì, dicevo, fu il fatto che l’arte di non essere eccessivamente governati – cioè la critica – venne commissionata alla facoltà umana meno artistica e creativa per eccellenza, vale a dire la ragione; e si sa che il pensiero razionale è stato prima individuato come la più perfetta delle facoltà umane, poi innaffiato, coltivato e potenziato fin dall'antichità proprio per governare eccessivamente il libero flusso della realtà, per  costruire recipienti rigidi, generici, seriali dove inscatolare con tanto di etichetta le forme di esperienza dell'accadere che il semplice buon senso sa essere indomabile, così mutevole, vario, differente come è.

 

E allora, chi criticava chi negli anni '70 o giù di lì? 

Quando mai si sono procurati seri fastidi l’un l’altro i veri dominanti, in questo caso la logica di potere e la logica di ragione..?  

 

Ninnaì ninnaò questa critica a chi la dò

 

Ecco una proposta provocante, propongo di affidarne l’arte a un'altra facoltà umana - ché per fortuna non ne abbiamo solo una ma tante non meno umane del pensiero razionale - alla memoria.

Ai suoi circuiti creativi, alle mille pieghe curve spazi intervalli plissettature (alla R******)  che la memoria sa scovare, incidendo segni e percorsi nell’astrattezza del tempo, un tempo che solo il mal-governo della ragione ha finto, per comodità di potere, essere lineare, costante, in avanti, progressivo, rassicurante, salvifico...

Che affreschi sa fare invece la memoria, che salvataggi veri – niente promesse vane..- quando raccoglie pezzi di scarto e li rimette in movimento, quando dà luogo e fa spazio a ciò - e a chi - non ha avuto luogo nella scena ufficiale e visibile della storia, quando risveglia una storia perduta e la trasforma in una nuova possibilità...cambia i giochi, spezza i giochi fatti .

Quando redime senza dogmi di redenzione.

La ragione fissa, la memoria muove e trasforma. Che cos’è questa pratica se non arte della critica ?

Temo che il più grande tranello in cui si è caduti e si continua a cadere sia la sporca equazione inventata dagli  storicismi: la memoria : al passato = il progetto razionale : sta al futuro

ma chi l’ha detto…                       

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venerdì, 14 luglio 2006

Di polvere ce n'è qui, colpa della coppa azzurra, quando ci si sente campioni addio multiversum, conta l'uni-verso, ci si risistema al centro dell'unico mondo, il proprio. E' fatale

Diceva poco fa un caro amico che la storia l'han fatta sempre i vincitori. 
Verissimo, la Storia la fanno i vincitori - l'ha detto anche un certo Benjamin in verità mica solo il mio amico ...  - ma le storie, le infinite costellazioni di eventi che girano su se stesse tanto profonde da andare a fondo ci stanno dentro la Storia? C'è qualcuno che si prende cura di inclusione?

Non sarà invece che i vincitori non fanno la storia ma si limitano a scegliere e decidere cosa metterci dentro e cosa buttare dalla finestra?
come nei vicoli di Napoli quella volta che mi arrivò una zucchina dritto all'apice del cranio e guardai su verso il balcone e da un  lunzuolo steso una voce gidò: " aheiii, dottoré, ma vui proprio ora dovevate passare ..." . (non so perché mi chiamino dottoré ma lascio fare, la amo Napoli e allora che mi parli la lingua che vuole .. )

L'invisibile proprietaria della voce era in balcone e provvedeva a scegliere, smistare roba buona e roba da buttare, ortaggi, frutta e verdura che non è mica come separare il miglio dal grano...
e la storia della straniera dis-abitante capitata tra i vicoli di Napoli perchè non avrebbe dovuto esserle di intralcio, imbarazzo, confusione.
Io le sorrisi però, istintivamente, si faceva la storia lì, che importanza poteva avere se un pezzo marcio era caduto giù colpendomi .

C'è chi ci ha provato a presentare un bozzetto di storia dei non- vincitori  ma si è giocato la credibilità con una barca chiamata Provvidenza ...e niente storia per i vinti
"Quando mastro Bastiano avrà messo in ordine la Provvidenza, armeremo la nostra barca, e non avremo più bisogno d'andare a giornata; diceva padron 'Ntoni"
come dire che presto o tardi tutti si entrerà nella Storia a separare i fatti buoni da quelli marci...scordandoci di noi  che eravamo anche noi da buttare, esclusi..

Come non detto, signor Giovanni Verga, anche i tuoi vinti sono provvisorietà ,  "stato di eccezione" che si risolverà come sempre "normalizzando"; non ce l'hai fatta a fare soria dei vinti, non ci sono alternative alla Storia lineare, quella di progresso e provvidenza, neanche tu che pure avevi ingegno di pensare e di fare. 

Chissà se lo sapevi che i "normalizzatori" ne prendono dentro pochi per volta e gli altri li rimandano a casa, fuori dalla Storia, forse non lo sapevi e mi spiace che tu resti nella letteratura secondaria come i tuoi cugini Macchiaioli nelle retrovie del novecento, coi loro prati verdi a macchie e mucche, che mica si saranno messi in testa di somigliare agli Impressionisti europei ?..

Sono giorni di Universo questi, di mondo uno e i vincitori stanno smistando per fare la Storia, Zidane o Materazzi, Totti il campione o il gregario Grosso?
perché la Storia dei vincitori ha bisogno di una lunga linea di elenchi, di graduatorie, di preferenze, di gerarchie, di concetti e di dogmi  

le storie altre e multiverse si accontentano - e non sapete quanta ironia in questa parola - di un circolo infinito che non si chiude mai e gira.
Gira come una giostra, dove si fa fatica a stare in equilibrio e allora poco si sceglie e  molto di più si aspetta, si presta attenzione, si ascolta     

      

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venerdì, 07 luglio 2006

Esiste gente diasporica. L’attributo definisce un popolo specifico, il popolo ebraico,  ma mi piace pensare – e non solo io lo penso – che in questo popolo si riassumano caratteri antropologici comuni a molti altri popoli; beninteso non alludo al privilegio di “elezione” di cui godrebbe ma ad una sorta di esemplarità o di essenzialità che gli deriva da uno statuto ontologico contrassegnato da radicalità.

La gente diasporica – benché possa essere fisicamente stanziale – è fatta di uomini, e donne naturalmente, il cui carattere dominante è quello di essere tendenza che non raggiunge mai la meta, potenza tesa all’atto; come se in ognuno di loro – non sono molti ma neanche pochi nell’economia del mondo - esistesse una forma indefinibile nel proprio centro.

Qualcuno ha cercato di definire così questo centro indecifrabile: “un cuore antico che si fonda sul futuro”, da cui si deduce che questa gente più che essere composta di individui è composta di promesse di individui

E’ gente fuori luogo..

Niente a che vedere con l’immaturità tantomeno con la mancanza di coraggio, piuttosto è gente che si ritrae dalla presenza,  specie se la presenza s’identifica in un Qualcuno dai contorni netti e definiti, in un Chi-Io  una volta per tutte; è gente che tende a lasciare nei passaggi della vita, che pure vive in profondità e alacremente, le tracce di una mancanza che non è possibile riempire; se prova a riempirla di presenze, che sia la propria o la presenza di altri, di Qualcuno o di qualcosa, queste presenze si trasformano in  idoli che lo soggiogano e incatenano; quasi subito il diasporico si accorge che sono sostituzioni di un’assenza incolmabile e mentre li sta adorando già se ne distacca con la violenza stessa subita dal loro incantamento e in più con l’angosciosa consapevolezza del reato di sostituzione…

I diasporici perciò vivono in uno stato precario, cercano fissa dimora, la trovano e la lavorano bene ma intanto sognano di fuggire incontro a terra nuova da dissodare e far fruttare,  corrono incontro alla non - territorialità , che promette terra promessa.

E' così che il diasporico, lui mancante e fuori luogo, tradito dal tempo e dallo spazio, finisce per tradire - trans-gredire, passare oltre - e abbandonare ogni tipo di insediamento, che sia casa, che sia nazione, che sia amore, non appena ne fa fissa dimora; tradisce abiti, abitazioni e abitanti per non tradire se stesso o, meglio, per non tradire il suo essere indefinito, il suo dover essere fuori luogo, una promessa di persona, uomo/donna sempre a venire….

Attende e poi abbandona..

Se ne va anche se resta. Si distanzia, ritorna straniero in una terra originaria mai conosciuta che è il futuro; si acciambella come un gatto sul piano sempre inclinato della sua diversità, che per metà è virtù di solitudine e autonomia - vivi e lascia vivere - per metà  vizio di ostinata superbia..

Lo spirito diasporico può mostrarsi come una perversione profonda agli occhi del mondo; ma per chi ne partecipa è la sostanza, il sé, il suo unico irrepetibile modo di essere; e accade a volte che il diasporico, fuori luogo e mai coincidente con se stesso, per gli altri tra cui transita provvisoriamente possa essere luogo stabile, luogo di rivelazioni e di scoperte…
Lo sa ma lo accetta a fatica, con rabbia..

 

Così, credo di essere stata in alcuni momenti una specie di festa e di scoperta per chi ho incontrato e altre volte oggetto di paura e diffidenza, di critica e disapprovazione...
Non mi sto celebrando, è un dato di fatto…

      

Oggi aggiungo qualcosa d'altro, che col favore della pioggia (o della nebbia..) sta salendo dal luogo dell'esperienza provata e chiede parole.

Il diasporico senza essere necessariamente un infelice non sa di felicità, non la conosce culturalmente, fa molto uso della sua ben nota ironia quando se ne parla..

Per gli altri però la felicità è sì lontananza ma da approssimare e la si può raggiungere; la tradizione culturale la garantisce con la fede e la legittima con la ragione da secoli. Ma lui non lo capisce perché la felicità arriva sul finire e per finire, mette fine e dà compimento, come la storia, che l'occidente ha sempre raccontato, almeno da Polibio in poi, come progresso lineare per tappe de-finite verso il fine.

Così, poiché lui/lei ha invece forma in-definibile nel proprio centro, la sua storia ha fondamento nel futuro e la vive come una piccola porta sempre aperta, accade che, senza intenzione ma solo per tensione, il diasporico possa sottrarre fede e ragione di felicità al pensiero, al desiderio e all'esperienza di chi lo incontra.

Può giungere a negargliela, perfino...

Il diasporico dovrebbe ricordarsi di chiedere in anticipo perdono a chiunque per questa triste eventualità..  

postato da: multiversum alle ore 17:11 | Permalink | commenti (14)
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